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Mon, Apr
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Dieselgate, responsabilità sociale e futuro della mobilità sostenibile

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Volkswagen, un grave colpo alla buona fede. Sebbene da tempo si respirassero odori sospetti nel mondo dei costruttori per quanto riguarda emissioni e consumi, una dimostrazione così eclatante di disonestà ha scandalizzato tutti: detrattori del das auto tedesco, consumatori, governi, nonché, ovviamente, gli operatori della mobilità sostenibile e dell’energia. Ed anche i maggiori azionisti della casa di Wolfsburg, che potrebbero intentare una causa da 40 miliardi.

Fine del diesel? No, ma ridimensionamento o comunque un modo nuovo di proporlo, anche in considerazione degli obblighi di miscelazione dei carburanti fossili con quelli di provenienza bio.

Fine dei controlli e delle omologazioni facili, grazie ai nuovi test su strada la cui partenza è prevista da settembre 2017? Questo lo dovremmo volere tutti. Compresi AD, CEO e potentati di vario genere, che sarebbero tenuti a non passare mai sopra al rispetto della sicurezza e della salute.

La terra dei fuochi dei motori non la vogliamo: i nostri atti di oggi costituiscono l’eredità che lasciamo ai nostri figli e al futuro dell’umanità.

E qui entra in gioco la responsabilità sociale delle imprese, o, secondo l’acronimo inglese CSR, Corporate Social Responsibility, con la quale si intende l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate (Libro Verde della Commissione Europea, luglio 2001). Sicuramente Volkswagen – con le altre case che dovessero essere coinvolte nell’affaire emissioni – non ha tenuto in nessun conto la responsabilità per gli impatti delle proprie attività non solo sull’economia ma anche sull’ambiente e sulla salute pubblica, omettendo quel doveroso comportamento etico che contribuisce allo sviluppo sostenibile e costruendo invece senza scrupoli un danno enorme per la società.

E la vicenda pare non volersi fermare qui: Volkswagen ha ammesso in una nota che indagini interne hanno permesso di stabilire che sono state commesse irregolarità nella determinazione dei valori delle emissioni di CO2 per l'omologazione dei veicoli. Nel processo di certificazione di determinati modelli sono stati dichiarati valori di consumi, e quindi di emissioni, troppo bassi. Sarebbero coinvolti circa 800mila veicoli, di cui 98.000 a benzina. In questo contesto è da rivalutare il ruolo dei carburanti alternativi GPL e metano che, vista la larga diffusione – 50 milioni di veicoli nel mondo – rivestono un ruolo importante per abbattere l’inquinamento del parco circolante. È fondamentale ricordare che i gas per auto, grazie anche a biometano e biopropano, non sono destinati a essere marginalizzati insieme ai carburanti fossili, ma potranno proseguire lungo un virtuoso cammino di emissioni sempre più basse, all’insegna dell’economia circolare.

Molte case – Volkswagen compresa – hanno cominciato a parlare più insistentemente di ibrido, di elettrico e di idrogeno, vedremo quanto sapranno fare per rendere veramente sostenibili a 360° queste soluzioni. Non possiamo nasconderci dietro a facili slogan: la tecnologia elettrica, per quanto affascinante, non è alla portata di tutti, vuoi per difficoltà di rifornimento e utilizzo, vuoi per convenienza economica, senza tenere conto del reale impatto ambientale, quello legato all’intero ciclo di vita, che comprende, oltre alle emissioni in loco, anche la produzione dell’energia elettrica e delle batterie, nonché il loro smaltimento. I gas e biogas saranno ancora per molto tempo i primi della classe nella scuola dell’ecologia.

Detto questo, dall’evoluzione tecnologica ci aspettiamo molto. Facciamola bene.

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